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di Natalia Quarta

“Coltivare la pubblica felicità” è il titolo del corso di formazione politica che si sta concludendo. È un titolo che riesce a coinvolgere ed emozionare, perché suggerisce la possibilità di ottenere “trasparenza delle decisioni, partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, (…), l’ampliamento dei diritti e delle condizioni di libertà, di democrazia, civiltà e cultura di una popolazione”. (F.Foti).(1) 

Soprattutto, va ricordato che una comunicazione corretta e trasparente è indispensabile per l’equilibrio nella gestione della cosa pubblica e sociale. Sono parole che mi hanno incuriosito. Cercando (sul web) ho scoperto che la loro origine risale ad Aristotele, che parlava  di “felicità pubblica come effetto dell’esercizio delle virtù pubbliche (Eudaimonia)”.(2)

Credo che le parole del titolo rappresentino una modalità di comunicazione efficace per veicolare un messaggio importante, così come importanti sono stati gli argomenti affrontati a lezione. Una modalità che ha sollecitato attenzione e ha predisposto all’ascolto e all’interazione con i docenti e gli esperti, insieme ai quali noi ragazzi abbiamo approfondito una serie di temi: argomenti spesso noti, ma che non sempre vengono analizzati a fondo, perché non c’è tempo, perché manca l’opportunità o perché per essere informati magari non si effettua una scelta meditata dei canali e delle fonti d’informazione.

Valutare l’affidabilità delle fonti e conoscere l’etica seguita nella produzione delle notizie sono, da sempre, elementi importanti per orientarsi tra le molte facce dell’informazione “classica” e lo sono ancora di più con i nuovi media.

I social, infatti, rappresentano un’esperienza molto interessante di democrazia della comunicazione (a tutti è data possibilità di espressione e di “pubblicazione”, ma è lasciata al lettore la verifica sull’affidabilità delle fonti e il rischio di incappare in informazioni distorte o fake news è alto).

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Secondo il rapporto Newsruption (2017), presentato da Burson-Masteller e Human Highway(3), “Il digitale ha prodotto notevoli cambiamenti nel modo d’informarsi degli italiani facendo emergere un nuovo sistema dell’informazione, con nuovi soggetti e nuove abitudini di interazione con la notizia”.

Il rapporto ha preso in considerazione un centinaio di testate d’informazione online: evidenzia che  nel 2016 sono stati pubblicati sul web oltre un milione di articoli, che sono stati condivisi 371 milioni di volte sui Social Network: sono più di un milione di condivisioni al giorno.

È emerso anche che gli italiani si informano soprattutto mediante la tv, con web e app (mobile journalism), ma anche blog, Twitter, Facebook e che leggono meno i giornali cartacei.

Il 50% delle persone apprende le notizie dalla televisione. Facebook ha avuto un forte aumento negli ultimi quattro anni: raggiunge il 12,5%, mostrando di avere una capacità informativa paragonabile a quella dell’intero sistema dei quotidiani online, stabile al 13,4%.

“Gli utenti online hanno cambiato il proprio comportamento, mettendo in atto una modalità di partecipazione più attiva e più critica. Ad esempio si condivide sui social network per dare voce alla propria opinione su un tema. Dieci anni fa cercavamo noi le notizie, oggi sono loro a trovarci: ci inseguono, ci precedono sul monitor del nostro smartphone (…) e ci tengono aggiornati a nostra insaputa. A fine giornata ci accorgiamo di essere stati informati da un nuovo ‘sistema dell’informazione’, un flusso pervasivo e continuo, alimentato anche dalle relazioni che abbiamo costruito sui social network”, spiega Giacomo Fusina, country manager di Human Highway. (3)

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La tabella mostra la ripartizione dei canali di informazione per un settore specifico, quello della conoscenza dei dati economici. (Dati Istat, 9 agosto 2016).

Un’altra responsabilità che viene lasciata ai lettori è quella  di muoversi attraverso e di fare una scelta nell’immensa massa di informazioni disponibili. Infatti “l’accesso universale ai mezzi d’informazione fa sì che si creino più informazioni, ma accelera anche la creazione di strumenti e di metodi per produrre le informazioni stesse; e questo aumenta ulteriormente il numero di informazioni prodotte”, dice il giornalista Jeff Israely in una sua riflessione sul ruolo dei giornali e dei giornali online pubblicata sul sito del Nieman Journalism Lab (associazione che si occupa di ricerca sul giornalismo interna all’Università di Harvard).

Si parla spesso di contenuti e meno di informazione pura, correndo il rischio di passare dal resoconto dei fatti o dal commento su una situazione a una narrazione che tende ad avvicinarsi al racconto letterario.

Nella nostra società, infatti, si dialoga per immagini su Instagram o con brevi clip (che poi sono quasi sempre «storie filmate») per YouTube: i contenuti sono «storie», di avvenimenti, di persone, di emozioni.

Se questo  vuol dire partecipazione e coinvolgimento, allora anche l’informazione su web e social media può avere la stessa rilevanza di quella  «tradizionale».

Però bisogna che abbia anche la stessa autorevolezza, la stessa cura nella verifica delle notizie, la stessa attenzione ai diritti delle persone di cui si parla e ai doveri di chi scrive.

La cosa più importante, comunque, è che si continui a fare informazione, perché informazione è libertà.

***

Note:

(1) F.Foti, Teorie e tecniche della comunicazione pubblica”, ed Franco Angeli, 2014

(2) G.M. Ruggiero, La nuova spinta per la felicità pubblica, Linkiesta, 14 maggio 2016

(3) Newsruption , rapporto presentato da Burson-Masteller e Human Highway nel 2017

***

Crediti immagini: Stefano Corso. Pensiero; maxpixel.net-Green-Macro-Close-Up-Bark-Small-Tree-Tree-Wood-1769328;  maxpixel.net-Ipad-Technology-Computer-Touch-Tablet-Screen-820272; maxpixel.net-Photographer-Headlines-News-Press-Journalist-1015988; Jon S.

 

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