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di Marco Cazzaniga

Quando pensiamo agli economisti ci immaginiamo sempre un mondo grigio, pieno di uomini e donne senza scrupoli nei loro eleganti abiti di colore nero (ironia della sorte), un modello di pensiero dedito al profitto e alla massimizzazione dello stesso senza badare agli effetti collaterali negativi che certe pratiche potrebbero avere.

C’è però una branca dell’economia detta economia del benessere (in inglese welfare economics) che prende il nome dal titolo di un libro dell'economista britannico Arthur Cecil Pigou, The Economics of Welfare, che studia le ragioni e le regole di fenomeni sociali al fine di formulare soluzioni tali da tendere ad una situazione di ottimo sociale.

Due criteri giocano un ruolo fondamentale: l’efficienza (che implica secondo Pareto il raggiungimento di una situazione nella quale non è possibile aumentare il benessere di alcun individuo a scapito degli altri) e l’equità (ad esempio in relazione ad un criterio di distribuzione equilibrata delle risorse tra gli individui).

Importante, prima di procedere oltre, è conoscere e capire la definizione di “configurazione del sistema economico”.

Una configurazione del sistema economico è una particolare allocazioni di risorse, dove il termine “allocazione di risorse” è utilizzato nella sua accezione più ampia e sta ad indicare una specifica combinazione dei fattori per produrre un certo vettore di beni e servizi che vengono allocati ai diversi attori del sistema economico.

Questa definizione è importantissima se vogliamo comprendere come il sistema economico possa essere composto da uno o più soggetti (come ad esempio i governi dei vari paesi), detti decisori, che hanno la possibilità di attuare politiche economiche al fine di creare la configurazione che più si avvicina al modello decisionale a cui sentono di appartenere.

Tra le tante correnti di pensiero e teorie al mondo, merita secondo me particolare attenzione la teoria economica del benessere Rawlsiana o anche detta Rawlsianesimo (dal filosofo americano John Rawls) secondo cui il benessere di una società non si misura in base alla somma del benessere dei diversi individui che la compongono (e neanche in base alla loro media, come fanno gli utilitaristi della somma e della media), ma è il valore minimo, più basso che quella società riesce a realizzare con l’individuo di benessere più basso.

In formula, se consideriamo quindi WR come benessere della società e Ui come benessere di un singolo individuo componente la società, possiamo, per meglio rappresentare la teoria espressa sopra, scrivere la relazione : WR  = min ( Ui ).

È quindi l’individuo con benessere più basso a determinare il livello di benessere dell’intera società e questo è rilevantissimo in quanto il decisore ha, a prescindere dalla sua scuola di pensiero, l’obiettivo di massimizzare il livello di benessere della società.

Il che porta a dire che lo scopo del decisore rawlsiano sarà quindi massimizzare il benessere di quell’individuo, o, generalizzando, classe di individui, con il benessere minore.

In formula : max ( WR ) = max ( min ( Ui ) ).

Si massimizza quindi il benessere sociale partendo dalla massimizzazione di quello dell’individuo che sta peggio.

Quando massimizzando il benessere di chi sta peggio questo raggiunge il livello di benessere del penultimo soggetto (per semplificazione), bisognerà a questo punto farli salire entrambi e insieme.

È pertanto sempre l’ultimo a determinare le politiche rawlsiane.

Si capisce perciò molto chiaramente qual è la portata di questa tipologia di scuola di pensiero, una scuola di pensiero rivolta verso gli ultimi, a non lasciare nessuno da solo.

Una scuola di pensiero che però, e qui bisogna prestare molta attenzione, non deve essere rivolta verso un egualitarismo portato fino all’estremo a creare una condizione di uguaglianza totale fra gli individui, ma rivolta a fare stare meglio tutti, a partire dagli ultimi.

Partendo dagli ultimi sì, ma con un processo che coinvolge tutta la società e che rende tutti partecipi del processo di miglioramento della qualità della vita.

Si tratta quindi di una scuola di pensiero che mira a mettere in pratica politiche che portino al miglioramento delle condizioni degli ultimi di una determinata società, ma che al contempo deve porsi l’obiettivo di migliorare le condizioni della società tutta, non omogeneizzando la realtà con cui viene a contatto, ma esaltando le differenze fra gli individui.

Il pensiero rawlsiano è di conseguenza da un lato un pensiero liberale: professa un uguale rispetto nei riguardi delle diverse concezioni della vita presenti nelle nostre società irriducibilmente pluralistiche.

Ma al tempo stesso e soprattutto, è un pensiero solidaristico nella sua accezione più di sinistra: esprime infatti con forza un’uguale sollecitudine nei riguardi degli interessi di ogni individuo, partendo da quelli di chi ha di meno.

La teoria economica derivante dal pensiero di Rawls è quindi in ultima analisi, permettetemi l’ardire, una scuola di pensiero di sinistra e moderna che non deve essere considerata come un dogma da ripetere a memoria, ma come continuamente in ascolto di nuove interpretazioni e contestualizzazioni.

 

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