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Le conquiste del movimento femminista e il rischio di tradire la Storia.

 

Articolo di approfondimento a cura di Giulia Brocchieri.*

liberazione donnaCi sono lotte che ti entrano dentro, e, scavando, fanno breccia nel tuo cuore. A volte è impossibile prenderne coscienza, ma con la Scuola di Formazione Politica Alisei sicuramente qualche piccolo passo in avanti lo sto facendo.

È una scuola di formazione politica che tocca diversi temi, e la sorpresa più grande è la complicità che si sta creando con gli altri ragazzi e la consapevolezza di come alcune tematiche stiano a cuore a tutti noi: parliamo di lotta alla criminalità organizzata, giustizia e legge, cooperazione e volontariato, i nuovi razzismi e parità di genere.

Le lotte per la parità di genere portate avanti dalle nostre madri, dalle nostre nonne e dalle nostre antenate rientrano in un immenso insieme che comprende e tocca più livelli della nostra vita, il qui ed ora: la scuola, la famiglia, il lavoro, le amicizie, l’amore. Ma questi movimenti per la parità di genere hanno una storia che parte dal Settecento (anche se alcune fonti citano testi risalenti all’Umanesimo che trattano di parità tra i sessi e misoginia) e arriva fino ai giorni nostri.

Sì, fino al 2019: anche se non ci siamo dimenticate quelle che sono le lotte del passato, la storia, per uno scherzo del destino, sembra riproporci alcuni di quei temi.
Durante quella che viene chiamata “seconda ondata” del femminismo che si distingue dalla prima (ottocentesca) per l’attenzione posta sulle differenze con il mondo maschile, la necessità primaria è quella di costruire una società che garantisca uguaglianza tra i sessi tenendo conto delle peculiarità femminili: è per questo che la “nuova discriminazione” osserva le differenze biologiche e sessuali – che diventano poi sociali e culturali –  che sono alla base della disparità, rifiutando inoltre il pensiero freudiano, sostenitore di un collegamento tra caratteristiche anatomiche femminili e determinazione della psiche e dei sogni.

È certamente il ’68 l’anno in cui le lotte per la parità arrivano alle orecchie degli studenti e dei partiti di sinistra: una presa di coscienza importantissima che animerà ancora di più questi anni determinanti per l’Italia. La vera “rivoluzione” risiede quindi nella consapevolezza che il quotidiano è allo stesso livello del politico, cioè è nell’ambito privato della relazione e della quotidianità che la discriminazione si espleta. La casa smette di essere alienante e nascono, proprio negli ambiti domestici, i primi collettivi, tra cui non possiamo non ricordare il Movimento di liberazione della donna, 1969, che tenta di legalizzare l’aborto e crea asili nido. Ci sono numerose manifestazioni, incontri, nascono radio libere, giornali, case editrici, gruppi teatrali e consultori autogestiti.
La presa di coscienza arriva alle stesse donne impegnate nella politica, che si rendono conto che le gerarchie che animano l’ambiente domestico toccano i vertici dei partiti.

I collettivi e i movimenti seppero porre l’attenzione sia sulle discriminazioni di genere, sia far destare il mondo politico per arrivare a diverse conquiste che divennero poi progetti di legge: pensiamo alle battaglie referendarie per la depenalizzazione dell’aborto e la legge sulla violenza sessuale del 1996, quest’ultima di iniziativa popolare, che divenne reato contro la persona e non contro “la moralità pubblica ed il buon costume”, come recitava il codice civile fascista.

Anche gli anni Settanta vantano l’approvazione di alcune importanti leggi: la parità di stipendio nel settore industriale nel 1961, che in seguito si diffuse all’ambiente commerciale e agricolo, l’istituzione della pensione alle casalinghe e il divieto di licenziamento per matrimonio. Importantissimi sono state le leggi che tutelano le lavoratrici madri o quella che prevede l’istituzione degli asili nido: questo è il momento dove si inizia a contestare la cura dei figli soltanto alla figura femminile.

La modifica nel nome della legge porta il nome di Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia, che nel 1977 fa approvare la legge “Parità di trattamento tra uomo e donna in materia di lavoro”, dove viene esteso anche all’uomo il diritto di occuparsi dei figli. Questa legge apre uno spiraglio per le donne che vogliono avanzare di carriera e sul trattamento economico che spetta loro, così come cambia la legislazione in merito alla reversibilità della pensione.

Altro tema caldissimo che ha animato le contestazioni tra il ’68 e il ’73 è il tema dell’aborto.
I gruppi femministi rivendicano il diritto di scelta: il codice in vigore era quello fascista, che puniva l’aborto come un “delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Nel 1973 viene presentato dal deputato socialista Loris Fortuna un progetto per l’abrogazione e il primo risultato fu l’istituzione di consultori, che diffondevano la conoscenza dei metodi contraccettivi. Dopo discussioni politiche, discussioni tra le femministe dell’Udi (Unione donne italiane) e l’elaborazione di un testo unico – comunque contestato – nel 1976 ha inizio la discussione vera e propria, che termina con un nulla di fatto: è solo nel 1978 che la legge 194 viene approvata.

Di poco tempo precedente è la legge sul divorzio, che riesce a superare indenne il referendum abrogativo del 1974.
La legge era entrata in vigore quattro anni prima, nel 1970 con la firma di Fortuna-Baslini, introducendo di fatto il divorzio, e aprendo la strada a diverse contestazioni che arrivavano, soprattutto, dal fronte cattolico.

Ebbene, questa è la storia, impossibile da ignorare, che ci richiama ad un impegno quotidiano: viviamo, infatti, in un momento storico dove parte – nel peggiore dei casi, la totalità – degli enormi sacrifici fatti vogliono essere resi vani. L’ormai citatissimo ddl Pillon è infatti criticato da avvocati, associazioni, magistrati, psicologi e operatori, perché se venisse approvato porterebbe all’inevitabile intralcio della sopracitata battaglia del 1970 sul divorzio, rendendolo più costoso, anche in caso di separazioni consensuali. Inoltre, si dovrebbe pagare obbligatoriamente un mediatore, con la conseguente stesura di un piano genitoriale dettagliato (basato anche sulle frequentazioni del figlio), la cui modifica comporta ulteriori spese di consulenza. L’ovvia conseguenza è l’assoluta non curanza dei bisogni del minore e la sua libertà di scelta, ma soprattutto la superiorità in ambito decisionale dell’adulto più economicamente forte.

Questo discorso esula dagli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Salute: la parità retributiva o gender pay gap è la differenza nel salario tra uomo e donna a parità di lavoro. Si è stimato che nell’UE la differenza si aggiri intorno al 16,2%. Il ddl del senatore leghista ignora questi fattori e che, come dicono i dati, molte donne o lasciano o perdono il lavoro dopo la maternità, e, dunque, mantenere lo stesso tenore di vita dopo la separazione per una madre causa enormi squilibri prediligendo, ancora una volta, l’adulto più forte economicamente.
Anche sul tema aborto la linea di Pillon è chiara: l’idea del politico è quella di modificare la 194 sulla base delle ultime leggi argentine, portando così il numero degli aborti pari a zero, consentendo la pratica solo in casi di violenza sessuale o pericolo di vita.

Un tema che da poco tempo ha avuto un’eco importante è la famosa “tampon tax”, introdotta nel 1973 inizialmente al 12%: si tratta della tassazione sugli assorbenti e i prodotti igienici femminili, così come i pannolini, che in Italia vengono considerati come “beni di lusso”, cioè beni non di prima necessità. Questi prodotti hanno un’Iva, cioè un’imposta sul valore aggiunto, del 22%, così come sigarette, vino, alcuni articoli di abbigliamento… e i tartufi. Nonostante nel resto del mondo i governi si siano impegnati a ridurla (nella maggior parte degli altri Paesi non va oltre il 6%), in Italia la situazione è rimasta immutata costringendoci a pagare una tassa che rimane una delle più alte in Europa.

L’utilizzo di assorbenti per le donne è una necessità di cui non si può fare a meno durante i giorni del ciclo mestruale, che richiede un onere non indifferente, che si aggira in un anno per ogni donna mediamente intorno ai 100-150 euro.

Ecco forse le lotte sono cambiate nel tempo, così come è cambiata la società e il “popolo” che abita la società: ma certamente non deve assolutamente cambiare l’attenzione ai temi della parità. Perché deve essere ben chiaro a noi e a chi ci governa che il percorso è lungo e in salita e al momento ci sono battaglie diverse rispetto a quelle delle nostre madri, diverse nella forma e nel linguaggio, che vanno portate avanti con la consapevolezza che essere il “sesso debole” è ormai una formula che appartiene ad altri tempi.

 

*Giulia Brocchieri, allieva della quinta edizione della Scuola di Formazione Politica Alisei.

 

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